Quando ero ancora uno studente alle prime armi, ricordo un episodio. Eravamo nel cortile, subito dopo una discussione, quando mi trovai a fianco un altro allievo, di due o tre anni più anziano di me.

Voleva continuare l’esercizio, per suo personale piacere. Discutemmo così per qualche minuto ma, con il proseguire della conversazione, mi resi conto che c’era qualcosa che non andava. Lui discuteva, è vero, ma era come se lo facesse secondo un copione prefissato. Quello che sentivo era una profonda dicotomia tra la sua attenzione ed il suo pensiero.

Quel pomeriggio mi recai dal Maestro, per praticare con lui, ma avevo ancora nella mente e nel cuore l’accaduto, che non riuscivo a spiegarmi. Dopo solo pochi minuti di pratica, per questo motivo infruttuosa, lui fece un sospiro divertito e mi dissse:

“Coraggio T. parla pure, tanto di questo passo non arriveremmo comunque da nessuna parte!”

Gli raccontai allora di quello che avevo vissuto. Lui rimase in silenzio per qualche momento, poi mi disse:

“Credo di capire cos’hai osservato. Tu hai visto la meccanicità! Che fortuna!”

Sapevo di cosa stesse parlando, ma non capivo il nesso con l’evento in questione, così lui spiegò.

“Conosco quel ragazzo. E’ un ottimo allievo e sicuramente farà strada. Ma verrò instradato più verso incarichi diplomatici che di insegnamento. Non è una cattiva persona, solo il problema è… che dorme ad occhi aperti.

Quello che tu hai notato è un po’ quello che succede ai campioni di scacchi, dopo qualche anno; sanno benissimo quali sono le mosse possibili in ogni momento della partita e sanno anche che la vita è molto simile, in questo, ad una partita a scacchi. Le persone reagiscono mediamente nello stesso modo. Per questo, spesso, questi campioni si ritrovano a giocare in modo automatico, secondo una sequenza che sanno benissimo portare alla vittoria, indipendentemente da quello che farà il loro avversario.

Quello di cui non si accorgono, e che di solito finisce per costar loro delle sonore sconfitte, è che così facendo rientrano loro stessi nella meccanicità, pur essendo convinti del contrario.

C’è una cosa che devi capire, caro T. E’ molto importante!”

Lui fece una pausa e io ricordo di essermi ritrovato tutto proteso in avanti, come per poter cogliere tutto quello che potevo da quel momento. Oggi a distanza di tanti anni, mi rendo conto che quello fu veramente un insegnamento fondamentale.

Il mio Maestro infatti proseguì, dicendo.

“La realizzazione non è un fatto permamente. Bisogna continuare a rimanere in guardia, anche se ci si è pienamente realizzati,  altrimenti si rischia di tornare indietro. Durante il percorso di ricerca, si trovano sempre picchi e valli. Ma quando si sta per valicare uno dei picchi, anche dopo che si è scollinato dall’altra partre, non bisogna mai abbassare la guardia.

Tornare indietro è sempre possibile. E, per giunta, per colmo di ironia, più in alto sei e meno ti puoi accorgere di esserti riaddormentato e, se sei in cima, non c’è nessuno più in alto di te che può venire a svegliarti, a  salvarti. Il mondo della materia è meraviglioso e terribile al tempo stesso. Può renderti la vita così meravigliosa da impedirti per sempre il risveglio, o trascinarti di nuovo nel sonno dopo anni trascorsi nella lucidità più completa. Mi raccomando. Fai attenzione!”

Dopo di che rimase immobile, fissandomi. Io sentii qualcosa in quel momento, come un soffio, o una corrente, che mi passava nel petto. Mi sembrò che il mondo fosse diventato qualcosa di distante, come un film che scorre sullo schermo di un cinema.

Unico elemento tridimensionale di quella strana percezione era il mio Maestro, che ora mi appariva circondato da una luce che crebbe di intensità fino a fare male agli occhi. Ma non volevo chiuderli per non perdere quello che stavo vedendo.

Dall’alto vidi scendere una sorta di nebbia luminosissima, come se fosse stato del latte incandescente. Quella luce si fermò a pochi millimetri dalla sommità del mio capo ma la sua presenza era così incredibilmente forte, cosi indicibilmente ricolma di amore che non riuscii a resistere e scoppiai in lacrime.

Allora il mio Maestro mi mise una mano sul capo e disse, semplicemente:

“Che tu sia benedetto, figlio mio”

9 risposte a I Sussurri del Lama: sogno e parola

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