giovanigenitori-bolle-di-saponeNel precedente articolo abbiamo usato un parallelo tra una videocamera e la nostra mente. In estrema sintesi abbiamo tracciato una similitudine tra gli scatti in progressione di una videocamera e quelli prodotti dalla nostra consapevolezza in quegli istanti in cui si “accende”.

Ma il parallelo non si ferma qui, perchè quello che ci interessa è proprio appena dietro l’angolo. Torniamo ancora una volta alla nostra videocamera.

Quando scattiamo un numero di fotogrammi pari ad almeno 25 fotogrammi al secondo, abbiamo una registrazione abbasteanza fedele della realtà che, se riproiettata alla stessa velocità, fornisce quello che noi chiamiamo “fim”. Il nostro cervello non distingue i singoli fotogrammi e cade così nell’illusione di vedere un movimento (che proprio non esiste).

Ogni fotogramma di quella scena ripresa visto singolarmente, se il soggetto inquadrato si muoveva a velocità sufficentemente elevata, risulterà “mosso”, o comunque confuso. Ma se noi aumentiamo il numero di fotogrammi scattati in un secondo, ecco che la confusione cala, fino ad ottenere un’immagine perfettamente nitida, se il tempo di durata dello scatto è sufficientemente rapido.

In più, quando riproietteremo il filmato a velocità normale, potremo vedere il cosiddetto “effetto rallenty”, ovvero la scena che si muove molto più lentamente.

Questo ci fornisce un incredibile parallelo per comprendere alcuni meccanismi percettivi.

La velocità a cui noi sperimentiamo la realtà infatti è fondamentale tanto quanto quella a cui la videocamera riprende la sua scena. Quindi, per fare ancora una volta riferimento all’articolo precedente, nel momento in cui la nostra presenza scatta per un numero sufficientemente elevato di volte, la nostra percezione della realtà si comporta esattamente come la ripresa nell’esempio precedente: la realtà diventa più nitida, più chiara e il tempo in qualche modo, rallenterà.

Ora, supponiamo che il nostro numero di “scatti” di consapevolezza sia elevatissimo: avremo una realtà quasi perfettamente percepita e che si muove con un tempo quasi infinito.

Ma nel mondo della percezione, “quasi” è altrettanto lontanto da “completamente” quanto gli estremi opposti dell’universo.

Per togliere quei due “quasi” dalla frase precedente, dobbiamo immaginare ad una consapevolezza che non si spegne più: esattamente come se una videocamere non chiudesse più l’otturatore.

Quale sarebbe il risultato dal punto di vista percettivo? Semplicemente una realtà che è esattamente quella che è, perchè viene percepita costantemente, istante per istante.

E per giunta una realtà senza tempo, perchè l’intero arco di uno spazio di esistenza non potrebbe più essere misurato in termini temporali data la costante presenza della consapevolezza.

Siamo inciampati in un paradosso che porta la durata di un istante ad essere infinita. Ed infatti, consapevolezza completa uguale percezione perfetta nel singolo istante che dura quanto il tempo intero.

Quello che in altre parole si definisce… “presente”.

Lo so. Questo è duro da digerire.

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