buddhist-monk-mindfulness-meditation-497x245Antaratman Yoga, come detto già alcune volte è un metodo che associa Pranayama e Suono in modo specifico per raggiungere altrettanto specifici stati interiori.

Ma, appunto, si tratta di un metodo. Come tale rappresenta un sistema, un modo, per raggiungere la base per una meta che però è esterna al metodo stesso. La base di partenza è il raggiungimento di uno stato di silenzio per procedere oltre: nella ricerca, nella pratica, nella meditazione, nella tecnologia interiore.

Oggi il nostro stato è talmente alienato rispetto a ciò che dovrebbe essere, dalla vita che conduciamo e da mille altri fattori, che poter accedere a un momento di silenzio, diventa imperativo: per molti, se non per tutti.

La meta quindi non è da confondere con il metodo. La meta riguarda ognuno di noi: c’è chi vuole evolversi, crescere, cambiare in senso lato. Oppure chi desidera raggiungere obiettivi specifici: la capacità di risolvere un problema personale, oppure un problema mentale o emotivo. Tutte queste sono mete, a attengono essenzialmente alla singola individualità.

Durante le normali sessioni di Antaratman Yoga, quello che andiamo a cercare è una qualità specifica all’interno della quale poterci immergere in silenzio. Con i Pranayama formiamo da un lato un primo ostacolo al pensiero meccanico, alle tensioni emotive ed a tutto ciò che la vita ci “lancia” addosso, mentre dall’altro riportiamo alla luce un primo strato di silenzio, un po’ come se questo fosse un terreno, nascosto al nostro interno.

Allo stesso tempo incameriamo energia, andando a rifornire i nostri serbatoi, spesso esauriti o comunque con scarsa disponibilità. Questa energia ci serve subito dopo, nella fase in cui utilizziamo il suono.

L’uso del suono prevede una esecuzione attiva che, per quanto delicata ed apparentemente semplice, in realtà abbisogna di una certa energia perchè possiamo adeguatamente “entrare” nella tecnica. Una tecnica che coinvolge non solo i nostri piani fisici e materiali ma, e mi viene da dire “soprattutto”, le nostre parti più immateriali, sottili.

Entrare in una tecnica significa fare tante cose, di primo acchito non visibili. Innanzitutto concentrarsi significa guadagnare attenzione rispetto al momento presente: la concentrazione perfetta implica una presenza perfetta.

In secondo luogo abbiamo lo sforzo di volontà: volontà di produrre, in questo caso, il suono giusto, con la giusta intonazione e il giusto timbro. In più, col procedere dell’esecuzione, abbiamo l’instaurarsi di una condizione psicofisica particolare, per mantenere la quale occorre molta energia: un’energia che viene fatta fluire automaticamente proprio dalla concentrazione e dalla tecnica stessa ma senza la quale diviene impossibile procedere.

Nella terza fase, quando semplicemente ci fermiamo in ascolto, abbiamo l’entratura in una condizione che, pur essendo la meta di quella specifica sessione di pratica, non è certamente lo scopo finale della pratica.

Tuttavia, nell’istante in cui in noi si produce la corretta qualità di silenzio e, al contempo, di ascolto, la meta diventa possibile, qualunque essa sia. In più, con il progredire della pratica, la raffinatezza dello stato di silenzio e dell’energia che lo pervade tende ad aumentare, dandoci di fatto sempre più possibilità di penetrare strati (e stati) interiori sempre più profondi.

Il metodo è ciò che rende la meta raggiungibile. Questa è la differenza tra i due.

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